Le email di un negozio online finiscono nello spam soprattutto per tre ragioni: contatti che non le leggono più, un dominio non autenticato e troppe segnalazioni come spam rispetto alle soglie di Gmail e Yahoo. Si sistema in quest'ordine: autenticazione, disiscrizione in un clic, esclusione degli inattivi, volumi che crescono per gradi. Spesso nessuno se ne accorge per settimane: la piattaforma segna "consegnata" e intanto una parte della lista non vede più niente. Qui trovi i segnali da leggere nei dati, cosa chiedono i provider dal 2024 e cosa sistemare prima di fine novembre.
Perché le mie email di marketing finiscono nello spam e come miglioro la deliverability?
Perché il provider di posta del cliente decide ogni volta dove mettere il messaggio. Gmail, Outlook, Yahoo o Libero guardano soprattutto due cose: se il mittente è davvero chi dice di essere, e come si comportano i destinatari con le sue email. Se il dominio non è autenticato, se molti cancellano senza aprire, se qualcuno preme "segnala spam", la reputazione del mittente scende. Le email successive finiscono nello spam o vengono rifiutate.
La deliverability si migliora lavorando su questi due fronti: dimostrare la propria identità con SPF, DKIM e DMARC, e scrivere solo a chi vuole leggere. Oggetto, immagini e testo contano, ma vengono dopo.
Consegna e recapito in inbox non sono la stessa cosa
La consegna (delivery) è l'accettazione dell'email da parte del server del destinatario. Il recapito in inbox (deliverability) è la capacità di quell'email di arrivare nella posta in arrivo invece che nello spam. Una campagna può risultare consegnata quasi al 100% e finire comunque nello spam per una parte della lista: per la piattaforma di invio, in entrambi i casi, il messaggio è "consegnato".
Quando la consegna fallisce si parla di rimbalzo (bounce):
- Soft bounce: rifiuto temporaneo. Casella piena, server non raggiungibile in quel momento, messaggio troppo pesante. La piattaforma di solito riprova.
- Hard bounce: rifiuto definitivo. Indirizzo inesistente, dominio non valido, oppure blocco deciso dal server. Quell'indirizzo non va più contattato.
Ogni piattaforma ha le sue regole per sopprimere chi continua a dare soft bounce: controlla quelle dello strumento che usi.
Perché un recapito scarso falsa i tuoi dati
Se una parte dei destinatari riceve l'email nello spam, le aperture calano e sembra che l'oggetto non funzioni. Lo stesso vale per i test A/B: se una variante finisce nello spam più dell'altra, il test misura il filtro, non il testo. Prima di trarre conclusioni su oggetti, orari o offerte, conviene escludere che il calo dipenda dal recapito.
C'è poi un effetto opposto. Con la Protezione della privacy di Mail, Apple scarica in background il contenuto remoto delle email ricevute, che il destinatario le apra o no. Molte piattaforme registrano quel download come un'apertura. Così il tasso di apertura complessivo può sembrare sano anche quando su Gmail mezza lista non vede più niente. Clic e ordini sono segnali più affidabili.
Le cause più comuni
- Contatti che non leggono più. Iscritti di anni fa che non ricordano di essersi iscritti, contatti importati da un vecchio gestionale. Non aprono, cancellano, a volte segnalano.
- Frequenza sproporzionata. Passare da una newsletter a settimana a una al giorno, a tutta la lista, senza distinguere chi è coinvolto e chi no.
- Oggetti che non mantengono la promessa. Uno sconto annunciato nell'oggetto che nel testo non c'è, un finto "Re:", un falso "il tuo ordine è in sospeso". Chi si sente preso in giro non cerca il link per disiscriversi: preme "spam".
- Disiscrizione scomoda. Link minuscolo e grigio, domande obbligatorie, login richiesto. Il pulsante "segnala spam" è sempre più comodo.
- Dominio non autenticato o configurato male. Invii dal dominio condiviso della piattaforma, record DMARC assente, SPF che non include tutti i servizi che mandano email a tuo nome.
- Indirizzi non validi. Errori di battitura raccolti al checkout, caselle abbandonate, indirizzi trappola (spam trap) finiti in lista. Molti hard bounce dicono al provider che la lista non è curata.
I requisiti di Gmail, Yahoo e Outlook
Dal 2024 i tre provider più usati hanno messo per iscritto cosa chiedono a chi invia grandi volumi. La soglia di Gmail si raggiunge prima di quanto sembri. Un esempio: un negozio con 24.000 iscritti, di cui metà su Gmail, che manda una newsletter a tutti invia 12.000 email a Gmail in un giorno, più del doppio del limite.
| Requisito | Gmail | Yahoo | Outlook |
|---|---|---|---|
| A chi si applica | Chi invia più di 5.000 email al giorno a indirizzi Gmail, dal 1° febbraio 2024 | Chi fa invii massivi (bulk sender) | Domini che inviano più di 5.000 email al giorno a outlook.com, hotmail.com e live.com, dal 5 maggio 2025 |
| SPF e DKIM | Entrambi | Entrambi | Entrambi, devono superare il controllo |
| DMARC | Almeno p=none, mittente allineato con il dominio SPF o DKIM |
Almeno p=none, deve superare il controllo, mittente allineato |
Almeno p=none, allineato con SPF o DKIM |
| Disiscrizione in un clic | Obbligatoria per le email di marketing (intestazioni List-Unsubscribe, RFC 8058); richieste evase entro 48 ore | Obbligatoria, metodo RFC 8058 raccomandato; richieste rispettate entro 2 giorni | Raccomandato un modo semplice e ben visibile per disiscriversi |
| Segnalazioni come spam | Sotto lo 0,30%, consigliato sotto lo 0,10% | Sotto lo 0,3% | Nessuna soglia pubblicata |
Le conseguenze sono concrete. Da novembre 2025 Gmail applica i controlli con più rigore: i messaggi non conformi possono essere rifiutati, in modo temporaneo o definitivo, o finire nello spam. Outlook rifiuta le email che non superano l'autenticazione richiesta, con un messaggio di errore al mittente, invece di spostarle nella posta indesiderata.
Le email di recupero carrello rientrano in questi conteggi: sono email di marketing e hanno bisogno della disiscrizione come le newsletter. Ne parliamo in email di carrello abbandonato: transazionali o marketing?.
Come capire se le tue email finiscono nello spam
Nessun provider ti avvisa: lo capisci incrociando alcuni segnali.
- Aperture e clic crollati su un solo provider. Dividi i risultati per dominio del destinatario. Se su Gmail i clic passano, per esempio, dal 2,5% allo 0,6% in due settimane mentre su Outlook e Libero restano stabili, il problema è il recapito su Gmail, non l'oggetto.
- Rimbalzi divisi per motivo. Casella piena e server momentaneamente non disponibile sono normali. I rifiuti che citano reputazione, policy o autenticazione vanno guardati subito, soprattutto se si concentrano su un provider: sono il segnale che quel provider non si fida più del tuo dominio.
- Segnalazioni come spam in crescita. Guardale su un periodo di alcune settimane, non sulla singola campagna.
- Google Postmaster Tools. È gratuito e, per le email inviate a indirizzi Gmail, mostra tasso di spam, reputazione, autenticazione ed errori di consegna. Si attiva verificando il dominio con un record DNS.
- Un test di casella. Prima di un invio importante, mandi l'email a indirizzi di prova su provider diversi e guardi dove arriva. È una fotografia utile, non la reputazione reale.
Il punteggio di deliverability non va preso alla lettera
Molte piattaforme mostrano un punteggio di salute calcolato sugli ultimi 30 giorni, che mette insieme aperture, clic, rimbalzi, disiscrizioni e segnalazioni. È utile, ma scende anche per motivi innocui. Una campagna di riattivazione verso gli inattivi ha per forza aperture basse. Un flusso di uscita che chiede "vuoi continuare a ricevere le nostre email?" fa salire le disiscrizioni, ed è proprio il suo compito. Una campagna partita da un'ora non ha ancora raccolto aperture. Un calo spiegato da una scelta tua non è un allarme. Un calo senza spiegazione, insieme a rimbalzi per reputazione su un provider, invece sì.
Cosa sistemare, in ordine
- Autenticazione. Invia da un dominio tuo, meglio un sottodominio dedicato come
news.tuonegozio.it, con SPF, DKIM e DMARC. Se il DMARC non c'è, parti dap=nonecon i report attivi e passa a regole più severe quando sei sicuro che tutti i servizi che inviano a tuo nome siano autenticati. - Disiscrizione in un clic. L'intestazione tecnica la gestisce la piattaforma; tu verifica che sia attiva e che in fondo all'email ci sia un link leggibile. Un centro preferenze ("meno email", "solo novità") può affiancare la disiscrizione, mai sostituirla.
- Esclusione degli inattivi. Togli dagli invii regolari chi non apre e non clicca da un periodo proporzionato al tuo ciclo di acquisto. Per un negozio di caffè in grani che riordina ogni mese, quattro mesi di silenzio sono tanti; per un negozio di arredamento può essere normale anche un anno.
- Pulizia periodica, controllata a mano. I flussi automatici di uscita aiutano, ma se girano da soli non sai chi stanno togliendo né quanti. Meglio una revisione ogni due o tre mesi: individui il segmento, mandi due o tre email di riattivazione con un motivo vero (una novità, una guida utile, i prodotti più scelti), poi un'ultima email che chiede in modo chiaro se la persona vuole restare, con due pulsanti ugualmente visibili. Chi non risponde viene soppresso. Hard bounce e contatti senza consenso escono dalla lista. È la stessa logica che indica Google: chiedere periodicamente conferma e valutare la disiscrizione di chi non legge.
- Volumi in crescita graduale. Google raccomanda di evitare picchi improvvisi se non hai uno storico di invii grandi. Se devi aumentare, aumenta per gradi e partendo dai segmenti più coinvolti.
- Contenuti coerenti con l'oggetto. L'oggetto promette quello che c'è dentro, il nome del mittente è riconoscibile, l'email non è un'unica immagine senza testo.
Vale anche per i messaggi automatici prodotti con strumenti esterni. Le email di recupero generate da un servizio come AchillesAI, per esempio, partono dall'account email del negozio: la reputazione resta quella del negozio, e scrivere testi diversi per ogni cliente evita di inviare in serie lo stesso messaggio identico. Tempi e struttura dei flussi sono spiegati in come impostare il flusso di abbandono carrello su Klaviyo.
Il caso Black Friday
A fine novembre quasi tutti i negozi moltiplicano gli invii insieme, e un dominio con una reputazione fragile cede proprio nei giorni in cui conta. Il Black Friday 2026 è venerdì 27 novembre: il lavoro va distribuito nelle settimane prima.
| Quando | Cosa |
|---|---|
| Entro fine ottobre | Autenticazione completa, DMARC almeno p=none, Postmaster Tools attivo, disiscrizione in un clic verificata |
| Prima settimana di novembre | Esclusione degli inattivi e pulizia conclusa. Le campagne di riattivazione non vanno fatte nella settimana del Black Friday |
| 9-22 novembre | Volumi in aumento graduale, partendo dai segmenti più coinvolti |
| 23-30 novembre | Più email ai coinvolti e alla lista d'attesa, al massimo una agli iscritti poco coinvolti |
Il piano completo, con lista d'attesa, segmenti e sequenza giorno per giorno, è in email per il Black Friday: il piano in quattro settimane.
