Liste e deliverability

Perché le email del tuo ecommerce finiscono nello spam (e cosa sistemare prima del Black Friday)

di Giorgio Terenziani · Aggiornato il 2026-10-13 · 9 min di lettura
Email di un negozio online smistate tra posta in arrivo e cartella spam, con i controlli di autenticazione SPF, DKIM e DMARC

In sintesi

  • Un'email consegnata non è un'email arrivata in posta in arrivo: la piattaforma può segnare consegnato anche ciò che il provider mette nello spam.
  • Le cause più comuni sono contatti che non leggono più, dominio non autenticato, disiscrizione scomoda e oggetti che non mantengono la promessa.
  • Prima del Black Friday si sistemano in ordine autenticazione, disiscrizione in un clic, esclusione degli inattivi e volumi in crescita graduale.

Le email di un negozio online finiscono nello spam soprattutto per tre ragioni: contatti che non le leggono più, un dominio non autenticato e troppe segnalazioni come spam rispetto alle soglie di Gmail e Yahoo. Si sistema in quest'ordine: autenticazione, disiscrizione in un clic, esclusione degli inattivi, volumi che crescono per gradi. Spesso nessuno se ne accorge per settimane: la piattaforma segna "consegnata" e intanto una parte della lista non vede più niente. Qui trovi i segnali da leggere nei dati, cosa chiedono i provider dal 2024 e cosa sistemare prima di fine novembre.

Perché le mie email di marketing finiscono nello spam e come miglioro la deliverability?

Perché il provider di posta del cliente decide ogni volta dove mettere il messaggio. Gmail, Outlook, Yahoo o Libero guardano soprattutto due cose: se il mittente è davvero chi dice di essere, e come si comportano i destinatari con le sue email. Se il dominio non è autenticato, se molti cancellano senza aprire, se qualcuno preme "segnala spam", la reputazione del mittente scende. Le email successive finiscono nello spam o vengono rifiutate.

La deliverability si migliora lavorando su questi due fronti: dimostrare la propria identità con SPF, DKIM e DMARC, e scrivere solo a chi vuole leggere. Oggetto, immagini e testo contano, ma vengono dopo.

Consegna e recapito in inbox non sono la stessa cosa

La consegna (delivery) è l'accettazione dell'email da parte del server del destinatario. Il recapito in inbox (deliverability) è la capacità di quell'email di arrivare nella posta in arrivo invece che nello spam. Una campagna può risultare consegnata quasi al 100% e finire comunque nello spam per una parte della lista: per la piattaforma di invio, in entrambi i casi, il messaggio è "consegnato".

Quando la consegna fallisce si parla di rimbalzo (bounce):

  • Soft bounce: rifiuto temporaneo. Casella piena, server non raggiungibile in quel momento, messaggio troppo pesante. La piattaforma di solito riprova.
  • Hard bounce: rifiuto definitivo. Indirizzo inesistente, dominio non valido, oppure blocco deciso dal server. Quell'indirizzo non va più contattato.

Ogni piattaforma ha le sue regole per sopprimere chi continua a dare soft bounce: controlla quelle dello strumento che usi.

Perché un recapito scarso falsa i tuoi dati

Se una parte dei destinatari riceve l'email nello spam, le aperture calano e sembra che l'oggetto non funzioni. Lo stesso vale per i test A/B: se una variante finisce nello spam più dell'altra, il test misura il filtro, non il testo. Prima di trarre conclusioni su oggetti, orari o offerte, conviene escludere che il calo dipenda dal recapito.

C'è poi un effetto opposto. Con la Protezione della privacy di Mail, Apple scarica in background il contenuto remoto delle email ricevute, che il destinatario le apra o no. Molte piattaforme registrano quel download come un'apertura. Così il tasso di apertura complessivo può sembrare sano anche quando su Gmail mezza lista non vede più niente. Clic e ordini sono segnali più affidabili.

Le cause più comuni

  1. Contatti che non leggono più. Iscritti di anni fa che non ricordano di essersi iscritti, contatti importati da un vecchio gestionale. Non aprono, cancellano, a volte segnalano.
  2. Frequenza sproporzionata. Passare da una newsletter a settimana a una al giorno, a tutta la lista, senza distinguere chi è coinvolto e chi no.
  3. Oggetti che non mantengono la promessa. Uno sconto annunciato nell'oggetto che nel testo non c'è, un finto "Re:", un falso "il tuo ordine è in sospeso". Chi si sente preso in giro non cerca il link per disiscriversi: preme "spam".
  4. Disiscrizione scomoda. Link minuscolo e grigio, domande obbligatorie, login richiesto. Il pulsante "segnala spam" è sempre più comodo.
  5. Dominio non autenticato o configurato male. Invii dal dominio condiviso della piattaforma, record DMARC assente, SPF che non include tutti i servizi che mandano email a tuo nome.
  6. Indirizzi non validi. Errori di battitura raccolti al checkout, caselle abbandonate, indirizzi trappola (spam trap) finiti in lista. Molti hard bounce dicono al provider che la lista non è curata.

I requisiti di Gmail, Yahoo e Outlook

Dal 2024 i tre provider più usati hanno messo per iscritto cosa chiedono a chi invia grandi volumi. La soglia di Gmail si raggiunge prima di quanto sembri. Un esempio: un negozio con 24.000 iscritti, di cui metà su Gmail, che manda una newsletter a tutti invia 12.000 email a Gmail in un giorno, più del doppio del limite.

Requisito Gmail Yahoo Outlook
A chi si applica Chi invia più di 5.000 email al giorno a indirizzi Gmail, dal 1° febbraio 2024 Chi fa invii massivi (bulk sender) Domini che inviano più di 5.000 email al giorno a outlook.com, hotmail.com e live.com, dal 5 maggio 2025
SPF e DKIM Entrambi Entrambi Entrambi, devono superare il controllo
DMARC Almeno p=none, mittente allineato con il dominio SPF o DKIM Almeno p=none, deve superare il controllo, mittente allineato Almeno p=none, allineato con SPF o DKIM
Disiscrizione in un clic Obbligatoria per le email di marketing (intestazioni List-Unsubscribe, RFC 8058); richieste evase entro 48 ore Obbligatoria, metodo RFC 8058 raccomandato; richieste rispettate entro 2 giorni Raccomandato un modo semplice e ben visibile per disiscriversi
Segnalazioni come spam Sotto lo 0,30%, consigliato sotto lo 0,10% Sotto lo 0,3% Nessuna soglia pubblicata

Le conseguenze sono concrete. Da novembre 2025 Gmail applica i controlli con più rigore: i messaggi non conformi possono essere rifiutati, in modo temporaneo o definitivo, o finire nello spam. Outlook rifiuta le email che non superano l'autenticazione richiesta, con un messaggio di errore al mittente, invece di spostarle nella posta indesiderata.

Le email di recupero carrello rientrano in questi conteggi: sono email di marketing e hanno bisogno della disiscrizione come le newsletter. Ne parliamo in email di carrello abbandonato: transazionali o marketing?.

Come capire se le tue email finiscono nello spam

Nessun provider ti avvisa: lo capisci incrociando alcuni segnali.

  • Aperture e clic crollati su un solo provider. Dividi i risultati per dominio del destinatario. Se su Gmail i clic passano, per esempio, dal 2,5% allo 0,6% in due settimane mentre su Outlook e Libero restano stabili, il problema è il recapito su Gmail, non l'oggetto.
  • Rimbalzi divisi per motivo. Casella piena e server momentaneamente non disponibile sono normali. I rifiuti che citano reputazione, policy o autenticazione vanno guardati subito, soprattutto se si concentrano su un provider: sono il segnale che quel provider non si fida più del tuo dominio.
  • Segnalazioni come spam in crescita. Guardale su un periodo di alcune settimane, non sulla singola campagna.
  • Google Postmaster Tools. È gratuito e, per le email inviate a indirizzi Gmail, mostra tasso di spam, reputazione, autenticazione ed errori di consegna. Si attiva verificando il dominio con un record DNS.
  • Un test di casella. Prima di un invio importante, mandi l'email a indirizzi di prova su provider diversi e guardi dove arriva. È una fotografia utile, non la reputazione reale.

Il punteggio di deliverability non va preso alla lettera

Molte piattaforme mostrano un punteggio di salute calcolato sugli ultimi 30 giorni, che mette insieme aperture, clic, rimbalzi, disiscrizioni e segnalazioni. È utile, ma scende anche per motivi innocui. Una campagna di riattivazione verso gli inattivi ha per forza aperture basse. Un flusso di uscita che chiede "vuoi continuare a ricevere le nostre email?" fa salire le disiscrizioni, ed è proprio il suo compito. Una campagna partita da un'ora non ha ancora raccolto aperture. Un calo spiegato da una scelta tua non è un allarme. Un calo senza spiegazione, insieme a rimbalzi per reputazione su un provider, invece sì.

Cosa sistemare, in ordine

  1. Autenticazione. Invia da un dominio tuo, meglio un sottodominio dedicato come news.tuonegozio.it, con SPF, DKIM e DMARC. Se il DMARC non c'è, parti da p=none con i report attivi e passa a regole più severe quando sei sicuro che tutti i servizi che inviano a tuo nome siano autenticati.
  2. Disiscrizione in un clic. L'intestazione tecnica la gestisce la piattaforma; tu verifica che sia attiva e che in fondo all'email ci sia un link leggibile. Un centro preferenze ("meno email", "solo novità") può affiancare la disiscrizione, mai sostituirla.
  3. Esclusione degli inattivi. Togli dagli invii regolari chi non apre e non clicca da un periodo proporzionato al tuo ciclo di acquisto. Per un negozio di caffè in grani che riordina ogni mese, quattro mesi di silenzio sono tanti; per un negozio di arredamento può essere normale anche un anno.
  4. Pulizia periodica, controllata a mano. I flussi automatici di uscita aiutano, ma se girano da soli non sai chi stanno togliendo né quanti. Meglio una revisione ogni due o tre mesi: individui il segmento, mandi due o tre email di riattivazione con un motivo vero (una novità, una guida utile, i prodotti più scelti), poi un'ultima email che chiede in modo chiaro se la persona vuole restare, con due pulsanti ugualmente visibili. Chi non risponde viene soppresso. Hard bounce e contatti senza consenso escono dalla lista. È la stessa logica che indica Google: chiedere periodicamente conferma e valutare la disiscrizione di chi non legge.
  5. Volumi in crescita graduale. Google raccomanda di evitare picchi improvvisi se non hai uno storico di invii grandi. Se devi aumentare, aumenta per gradi e partendo dai segmenti più coinvolti.
  6. Contenuti coerenti con l'oggetto. L'oggetto promette quello che c'è dentro, il nome del mittente è riconoscibile, l'email non è un'unica immagine senza testo.

Vale anche per i messaggi automatici prodotti con strumenti esterni. Le email di recupero generate da un servizio come AchillesAI, per esempio, partono dall'account email del negozio: la reputazione resta quella del negozio, e scrivere testi diversi per ogni cliente evita di inviare in serie lo stesso messaggio identico. Tempi e struttura dei flussi sono spiegati in come impostare il flusso di abbandono carrello su Klaviyo.

Il caso Black Friday

A fine novembre quasi tutti i negozi moltiplicano gli invii insieme, e un dominio con una reputazione fragile cede proprio nei giorni in cui conta. Il Black Friday 2026 è venerdì 27 novembre: il lavoro va distribuito nelle settimane prima.

Quando Cosa
Entro fine ottobre Autenticazione completa, DMARC almeno p=none, Postmaster Tools attivo, disiscrizione in un clic verificata
Prima settimana di novembre Esclusione degli inattivi e pulizia conclusa. Le campagne di riattivazione non vanno fatte nella settimana del Black Friday
9-22 novembre Volumi in aumento graduale, partendo dai segmenti più coinvolti
23-30 novembre Più email ai coinvolti e alla lista d'attesa, al massimo una agli iscritti poco coinvolti

Il piano completo, con lista d'attesa, segmenti e sequenza giorno per giorno, è in email per il Black Friday: il piano in quattro settimane.

Domande frequenti

Come faccio a sapere se le mie email finiscono nello spam?

Dividi i risultati delle campagne per provider: se aperture e clic crollano su uno solo (per esempio Gmail) mentre sugli altri restano stabili, il problema è il recapito. Poi controlla i rimbalzi che citano reputazione o autenticazione, il tasso di segnalazioni come spam e, per Gmail, Google Postmaster Tools. Un test con indirizzi di prova su più provider aiuta prima di un invio importante.

Qual è un tasso di segnalazioni come spam accettabile?

Google chiede di restare sotto lo 0,30% e consiglia di stare sotto lo 0,10%, misurato in Postmaster Tools. Yahoo indica lo 0,3% come limite. Superare spesso queste soglie porta le email successive nello spam o le fa rifiutare.

Devo cancellare gli iscritti che non aprono più le email?

Prima smetti di inviargli le campagne regolari, poi prova a riattivarli con poche email che abbiano un motivo vero e un'ultima che chiede in modo chiaro se vogliono restare. Chi non risponde va soppresso o disiscritto. Anche Google consiglia di chiedere periodicamente conferma agli iscritti e di valutare la disiscrizione di chi non apre.

Parole come gratis o sconto nell'oggetto mandano le email nello spam?

Da sole contano poco rispetto alla reputazione del mittente e al comportamento dei destinatari. Il problema vero è l'oggetto che promette qualcosa che nel testo non c'è: chi si sente ingannato segnala come spam, e quelle segnalazioni pesano sulle email successive.

I requisiti di Gmail valgono anche per un negozio piccolo?

In parte sì. Dal 1° febbraio 2024 tutti i mittenti verso Gmail devono avere almeno SPF o DKIM e restare sotto lo 0,3% di segnalazioni. Le regole complete (SPF, DKIM, DMARC allineato, disiscrizione in un clic) scattano oltre le 5.000 email al giorno verso Gmail, una soglia che una newsletter a tutta la lista può superare in un solo invio.

Fonti

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Giorgio Terenziani
Giorgio Terenziani
Cofondatore di AchillesAI · Performance Marketing & Creative Strategist

Performance marketer dal 2015, esperto di Meta e Google. Unisce strategia creativa, produzione di contenuti e analisi dei dati con un approccio orientato ai risultati.

Leggi in: itenfresde

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